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Lunedì, 24 Settembre 2018 08:44

L'incontro per le famiglie d'appoggio a Catania

In corso l'incontro del corso per le famiglie d'appoggio alla Colonia Don Bosco a Catania. La rete salesiana è sempre attiva per sostenere la famiglia come primo luogo di accoglienza.

Giovedì, 20 Settembre 2018 10:39

Corso per famiglie d'appoggio

Vi aspettiamo domenica 23 Settembre per trascorrere insieme la giornata alla Colonia Don Bosco e presentare "la famiglia d'appoggio", ogni nucleo familiare può diventare per i minori, ospiti della comunità, un punto di riferimento e un'occasione di riscoprire il calore di una famiglia qui in Italia.

La visitatrice mondiale delle FMA, suor Mira, in visita alla Colonia Don Bosco a Catania: l'incontro con i migranti e la realtà del progetto "Chi è accolto, accoglie" per l'integrazione dei ragazzi nel territorio in cui vivono.
 

Ieri giornata all'insegna della festa e dell'allegria alla Colonia don Bosco - Catania. In visita nella nostra struttura 27 giovani salesiani che hanno trascorso una mattinata di relax in spiaggia insieme ai ragazzi della comunità. 

Un giorno alla plaia nella colonia ospitale: “Chi è accolto, accoglie”. Un’estate alla colonia Don Bosco, la spiaggia veramente libera. La pagina che il quotidiano LA SICILIA dedica alle nostre attività. 
Le testimonianze dei ragazzi,del presidente, dei mediatori e dei volontari, per raccontare non solo il modello di accoglienza ma anche le numerose attività di integrazione che vedono una grande partecipazione di catanesi, dalle attività della stazione balneare alle serate a tema etnico, dai campi lavoro dei tanti volontari presenti alle iniziative nel settore sportivo, dagli orti sociali agli eventi culturali. E poi il progetto degli orti in Senegal e il consolidamento della rete salesiana con i progetti “Io non discrimino” e “Stop tratta”.

"In prima linea nell'accoglienza dei migranti minorenni. La spiaggia della colonia Don Bosco, alla Plaia di Catania, è diventata un simbolo di integrazione. Curata e gestita anche dai ragazzi ospiti del centro di accoglienza per minori stranieri non accompagnati che l’Associazione Don Bosco 2000 ha aperto nel 2015, prendendo in gestione la struttura salesiana. L’altro ieri l’associazione era stata allertata per ospitare alcuni dei 29 minorenni fatti finalmente scendere dalla nave Diciotti ormeggiata al porto di Catania. “Abbiamo una capienza di 70 posti – rivela il presidente dell’associazione Don Bosco 2000, Agostino Sella – ma vista la riduzione degli sbarchi al momento ne ospitiamo 26, provenienti da diversi paesi”. Per lo più dall'Africa sub sahariana, Gambia, Guinea, Senegal, Costa d’Avorio, Nigeria, Mali. … I minori vengono affidati all'associazione dai servizi sociali, in genere appena sbarcati al porto di Catania".

Ieri sera la Diciotti ha finalmente calato la scaletta. Dopo 7 giorni il governo si è accorto della presenza di minori non accompagnati a bordo. 
Mi chiamo Antonio, sono un ragazzo di 21 anni e lavoro per l’associazione Don Bosco 2000 presso la Colonia don Bosco, un centro di primissima accoglienza per minori stranieri non accompagnati, appartenente ai Salesiani di Don Bosco ma gestita dall’associazione. 
Appena arrivato al porto ho subito notato la mole di manifestanti che si era recata lì per manifestare il proprio dissenso alle decisioni prese dall’attuale governo. Erano diverse centinaia, forse più di un migliaio. Alla vista dei manifestanti non vi nascondo che il mio cuore si è un po’ rasserenato, vedere tanta gente, tra cui tantissimi giovani, manifestare per una causa così umana mi ha fatto capire di non essere solo, e soprattutto, che c’è ancora speranza per l’umanità. 
Dopo aver attraversato la folla, siamo finalmente giunti al cospetto della Diciotti. 
L’area che si respirava sul pontile era quasi surreale, vi era un religioso silenzio. Agostino (Presidente dell’associazione), Hafiz, Bandjougou (Mediatori culturali) ed io stavamo lì in silenzio ad aspettare. 
Intorno alle 21 finalmente i primi cenni dell’inizio dello sbarco, arriva la Croce Rossa, i sanitari del Ministero dell’Interno per verificare le condizioni di salute dei giovani ragazzi, Save the Children e varie associazioni con scopi umanitari.
Iniziano le visite mediche, forze dell’ordine e dipendenti del ministero cominciano ad “incelofanarsi”, come se stessero per incontrare dei lebbrosi.
Finalmente il volto del primo ragazzo, che quasi si spaventa alla vista di militari e gente piena di protezioni. 
Militari e poliziotti ovunque, tutto per accogliere 27 ragazzini, tra cui due ragazze, che scappano dalle guerre e dalla fame.
Cominciano a scendere i primi, sembrano scheletri, il più piccolo, col volto scavato dalla fame, non si regge neanche in piedi, peserà poco più di 30/40 chili.
Molti di loro appena toccata terra scoppiano a piangere, quasi non credono che tutto sia finito, che gli 8 giorni di sballottamenti a destra e sinistra per il Mediterraneo siano finiti. Forse alcuni di loro non credono neanche di essere giunti in Europa.
Alla fine dello sbarco la scaletta si rialza sùbito, lasciando le altre 150 persone sulla nave, nell’incredulità nostra, dei ragazzi e della stessa Guardia Costiera. Queste sono le direttive del Ministero.
Cominciano le operazioni di riconoscimento, e tutti i ragazzi vengono schedati dalla polizia.
Non dimenticherò facilmente i loro volti.
Nessun sorriso, l’espressione quasi assente, gli occhi spenti, vuoti.
Eppure sono ragazzi di 14, massimo 16 anni, che hanno uno sguardo vissuto e profondo come uomini di 70 anni.
Solo loro sanno cos’hanno vissuto in patria, in Libia e in quei giorni su quella nave.
Dopo aver identificato tutti i ragazzi, la polizia ci conferma che si tratta quasi tutti di ragazzini Eritrei.
In Eritrea vi è una Repubblica presidenziale a partito unico, praticamente una dittatura, e i ragazzi sono costretti ad arruolarsi nell’esercito a soli 15 anni.
Finalmente arrivano i mediatori di Save the Children che cercano di tranquillizzare i ragazzi appena sbarcati, spiegano loro dove si trovano e li informano della possibilità della “Relocation” (ricollocazione), una delle iniziative concepite nell’ambito dell’Agenda Europea sulla Migrazione, adottata dalla Commissione Europea, che consente il ricollocamento dei richiedenti protezione internazionale nei vari paesi membri dell’UE.
Nonostante le parole rassicuranti dei mediatori il volto dei ragazzi non cambia.
Restano lì, in silenzio, a fissare il vuoto, sognando un futuro migliore, un Europa che possa accoglierli e uno Stato nel quale costruire il proprio futuro, lontano dalle guerre.

In occasione della festa musulmana di #Tabaski, i nostri ragazzi, con l'ausilio degli operatori e dei volontari, preparano gli addobbi per la festa e costruiscono una moschea in miniatura. 

Al via il terzo gruppo di volontari per quest'estate 2018 alla Colonia Don Bosco. Tante attività da organizzare nel progetto di accoglienza ed integrazione dei minori stranieri non accompagnati. 

Uscito il 5 agosto 2018 su AVVENIRE un articolo a cura di Diego Motta e Marco Pappalardo sul modello di accoglienza ed integrazione che svolgiamo alla Colonia Don Bosco, la nostra sede operativa a Catania. Di seguito il pezzo integrale.

 

L'Italia che costruisce. Fianco a fianco, insieme. L'integrazione dei migranti è giovane! Nonostante il clima negativo sono in tanti quelli che si sforzano di costruire ponti. L’efficacia dei piccoli progetti contro il rischio di una deriva verso nuovi ghetti. 

(di Diego Motta) Dove non vince la paura, dove razzismo è una parola sconosciuta, i processi di integrazione avanzano. Lentamente, tra fatiche e difficoltà che nessuno nega. Eppure avanzano. Ci sono luoghi, sul nostro territorio, che sono laboratori e palestre importantissime: di conoscenza reciproca, di collaborazione, di incontro. Dalle scuole agli Sprar, dagli oratori agli spazi di aggregazione condivisi, ci sarebbe un’altra cronaca da fare tutti i giorni: è quella che riguarda migliaia di progetti che vedono protagonisti Comuni, parrocchie, cooperative, uomini di Stato ed eroi del quotidiano. In campo per avvicinare due mondi, per far lavorare fianco a fianco italiani e stranieri. Una differenza, quella della provenienza geografica, che ad esempio non vale agli occhi dei bambini, di tanti adolescenti e dei giovani, come testimonia la storia che pubblichiamo qui sotto: l’integrazione è anche occasione per crescere insieme, nella formazione e nell’apprendimento della nostra lingua, nelle attività culturali e in quelle ludiche.

Il resto lo dicono i numeri: a luglio erano 877 i programmi attivati dai sindaci per la presa in carico dei richiedenti asilo, 144 dei quali riguardavano minori non accompagnati, per oltre 35mila posti finanziati dal sistema Sprar e più di 1.200 municipi coinvolti. Molto fa anche la Chiesa, con 139 diocesi attive nell’ospitalità dei profughi e 25mila persone accolte dalle parrocchie. Si può fare di più? Certamente sì, nella speranza ovviamente che si vada nella direzione di una microaccoglienza diffusa (i progetti Sprar, in questo senso, vanno presi a modello, a differenza della gestione demandata alle Prefetture dei Cas). No a nuove maxi-strutture in cui ammassare migranti che non si conoscono, no a nuovi ghetti annunciati solo allo scopo di mantenere alta la tensione sociale: sì invece alla responsabilizzazione delle comunità, unico e vero antidoto alla propaganda facile dell’odio e del rancore.

 

(di Marco Pappalardo, Catania) «Chi è accolto, accoglie» è il motto della Colonia Don Bosco di Catania, centro di prima accoglienza per i minori stranieri non accompagnati, che si trova sul litorale Playa, immerso nella vegetazione mediterranea.

Chi arriva, sin dall’ingresso, si rende subito conto che il motto è una realtà, poiché i bagnanti sono avvolti da un clima multietnico sereno e festoso. Da alcuni anni, grazie all’Associazione Don Bosco 2000, è aperto in tutte le stagioni, come è stato aperto il cuore di Don Bosco ai ragazzi che, nella seconda metà dell’Ottocento, giungevano a Torino lasciando le campagne piemontesi e le loro famiglie.

Al momento ci sono 36 minori su una capacità di 60 posti e provengono da Gambia, Guinea, Eritrea, Somalia, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Mali e Nigeria. «Qui facciamo un’accoglienza a 360 gradi – afferma Cinzia Vella, coordinatrice e psicologa del centro –. Non solo dei migranti, ma di gruppi di persone disabili, di famiglie con disagio socio-economico, di bambini ed animatori di vari gruppi. Ci si sperimenta in quella che abbiamo ribattezzato la "Cittadella della diversità", dove è possibile convivere come i colori dell’arcobaleno, in armonia pur essendo diversi. Ogni incontro e scambio con i giovani del territorio è utile per favorire l’integrazione, particolarmente nelle attività ludico-ricreative con i coetanei».

Basta guardarsi un po’ intorno per vedere che i ragazzi sono coinvolti nei momenti di animazione, dallo sport alla musica fino alle arti manuali, proposti ai gruppi e alle famiglie. Il centro è pure un presidio delVolontariato internazionale per lo sviluppo, un’organizzazione non governativa che organizza iniziative di sensibilizzazione, soprattutto nelle scuole con il progetto "Io non discrimino".

minori sono inoltre accompagnati nel percorso tramite una fitta rete di istituzioni ed associazioni con possibilità di crescita e confronto con la realtà locale, specialmente attraverso l’inserimento scolastico, lo studio dell’italiano e lo sport. Attività cruciali, in un momento di crescita decisivo per chi ha meno di 18 anni: per questo, il ruolo di tanti volontari italiani, in molti casi coetanei dei ragazzi stranieri, è strategico e lo dimostrano tanti risultati di integrazione felice raccolti sul territorio. Senza dimenticare, ovviamente, le difficoltà che il sistema Sicilia presenta (e che Avvenire ha spesso documentato) sulla capacità di reggere il peso di molti minori stranieri non accompagnati, che avrebbero bisogno di tutor adulti difficili da trovare.

«Prendendo atto della situazione di vulnerabilità dei minori – riprende la coordinatrice del progetto di Catania – siamo dotati di una équipe preparata e attenta ai bisogni. I volontari provengono non solo dall’Italia, ma da altri Paesi europei ed oltre, attualmente due suore e quattro giovani laici dal Belgio per imparare e riproporre quanto sperimentato».

Insomma, c’è sempre fermento e ci sono tante attività vissute in un clima familiare, come le serate estive multietniche del giovedì con musiche, danze, cibi, abiti dei diversi Paesi di provenienza.

 

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