Il reportage degli inviati di Rainews24 sul viaggio in Senegal

Dal giornale del DAS NEWS, l'articolo scritto dalla giornalista di Rainews24 Angela Caponnetto che ha seguito la nostra seconda missione in Senegal per avviare progetti di sviluppo locale.

LA NOSTRA EUROPA È QUA
Il reportage degli inviati di Rainews24 "a casa loro"

"Se avessimo l'opportunità di sfruttare le nostre risorse avremmo qui la nostra Europa" . È questa la frase che più mi risuona da quando ho rimesso i piedi nel Vecchio Continente dopo 10 giorni in Senegal. Quella frase me l'ha detta al microfono con un sorriso, voce morbida e senza polemica, un longilineo giovane che stava meditando di lasciare il paese affidandosi ai trafficanti di esseri umani. E che invece ha cambiato idea grazie al progetto dell'Associazione Don Bosco 2000 potrà crescere professionalmente nella sua città, a Tambacunda. 
Guardavo quella terra bellissima, dai colori violenti, a tratti così simile alla mia Sicilia. Una terra potenzialmente ricca ma impoverita da una miseria che mai avevo visto così profonda e disperata nonostante quello fosse uno dei paesi del Subsahara tra i più sviluppati. Più ci si addentra nell'entroterra e nelle zone del sud, più le città diventano villaggi di case di mota e paglia, dove la luce arriva per poche ore la sera solo grazie ai generatori di corrente, dove l'acqua è un lusso e le medicine un miraggio. Dove una bambina africana albina ha la pelle e gli occhi deturpati dal sole perché non ha gli strumenti sanitari per ripararsene. Dove le mamme mettono in braccio a ignoti stranieri i loro figli più piccoli nella speranza di dar loro un futuro migliore. 
Se non avevo mai avuto dubbi che a generare i flussi migratori non è solo la guerra ma anche povertà, fame, carestie, dittature e governi corrotti che immiseriscono le popolazioni, dopo aver visitato il Senegal ne ho avuto solo conferma. Perché si parte per non morire sotto le bombe ma anche per non morire di fame. E si parte per tentare di avere una vita migliore di quella che si prospetta tra i vicoli di sporche strade sterrate in mezzo alle capanne. O solo per avere quelle possibilità di riscatto che a chi è nato in quei paesi non sono concesse. 
Non sapevo bene che tipo di reportage sarebbe venuto fuori quando ho iniziato il viaggio insieme al cameraman, al gruppo della Don Bosco 2000 e a Seny, il mediatore senegalese che faceva da "gancio" nella loro ricerca di una sede per la loro impresa a Tambacunda, una delle principali città nella omonima regione a sud est di Dakar. Serviva una struttura ma soprattutto servivano le braccia: giovani che avessero voglia di cimentarsi in questa impresa, di imparare a portare avanti attività commerciali di artigianato locale, di coltivazione della terra e produzione di prodotti agricoli. L'associazione avrebbe fornito loro quei mezzi necessari per realizzare il progetto: mezzi che loro non hanno. Nelle aree più a sud di Tambacunda distese di campi di mais e miglio vengono coltivati ancora con l'aratro trainato da asini e l'acqua si raccoglie nei pozzi, quelle poche volte che la poggia decide di regalarne qualche goccia. 
Credevo fosse difficile in soli 9 giorni di cui molti in viaggio trovare le storie che cercavamo. Eppure le cose si incatenavano una dietro l'altra e le storie venivano quasi a cercare noi, come ci inseguissero, come se una forza ci spingesse verso la realizzazione di quel reportage contro il nostro stesso volere. Ogni qual volta che si scendeva da quel pulmino, accadeva infatti qualcosa che ci segnava il percorso. 
Come quando verso la fine del viaggio, siamo andati in giro a Wassadou, un piccolo villaggio in un'area del Senegal tra il Gambia e il Mali da dove parte il maggior numero di giovani verso la Libia e poi verso il sogno Europa. Lì abbiamo incontrato DuDu , l'unico giovane che ci concede un'intervista in mezzo a decine di occhi diffidenti. Dudu ci racconta dei suoi amici partiti per il sogno Europa e morti in Libia prima di tentare di attraversare il Mediterraneo. Ci dice che non è giusto che i migliori giovani del suo paese siano costretti ad andare via. Ci fa vedere la sua casa e ci dice che ha ereditato dal nonno ettari ed ettari di terra che non riesce a far fruttare perché non hai mezzi. Servono attrezzature adatte alla coltivazione e soprattutto all'irrigazione. Vorrebbe avere accesso agli aiuti che arrivano dall'Europa.
"Ma dove sono i soldi dei Fondi Europei per l'Africa? - si sfoga DuDu - A noi non arrivano. Restano nelle mani dei nostri governanti. Questo è un paese dove c'è troppa corruzione ad alti livelli e l'Europa dovrebbe controllare dove vanno realmente a finire quei soldi" 
È in quel momento chi viene in mente di portare DuDu da Agostino, Seny e gli altri ai quali mancava proprio quell'anello della catena. Qualcuno con una terra da coltivare.
Du Du è ora tra i trenta giovani che fanno parte del progetto. Spero che la sua terra possa portare i frutti che desidera e prosperità alla sua famiglia. E mi piace pensare che, in parte, è anche merito di una giornalista e di un cameraman che con caparbietà sono andati a farsi cercare dalla sua storia per poi raccontarla. Per raccontare che DuDu e gli altri che hanno aderito al progetto di impresa, potranno restare nel loro paese. Anche se per me il vero raggiungimento della libertà è quello di potersi trasferire liberamente come possiamo fare noi che siamo nati altrove. E liberamente, legalmente, scegliere di andare a vivere in un altro paese senza barriere reali o virtuali. 
Nel frattempo, ben venga che ci sia qualcuno ad aiutarli "a casa loro".

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