L’immigrazione africana non è un’emergenza italiana!

L'emergenza non esiste. Siamo un paese di transito. Ecco la realtà. Gli stranieri irregolari vanno altrove in Europa dove c’è più lavoro, dove ci sono comunità più coese e in grado di accoglierli.

Bastano due numeri, per raccontare il “caso” (virgolette d’obbligo) dei 50 richiedenti asilo - in maggioranza eritrei - sbarcati dalla Diciotti che si sono resi irreperibili alle strutture che li dovevano ospitare. Il primo è 36.838, ed è il numero di migranti eritrei sbarcati in Italia nel 2015. Il secondo è 475, il numero di chi tra loro ha fatto richiesta di asilo in Italia. Poco più di uno su cento. Abbastanza per dire che gli eritrei, e come loro molti altri migranti africani, sbarcano in Italia giusto perché è la costa più vicina, ma da noi non ci vogliono stare. Piuttosto, preferiscono darsi alla macchia per provare a superare i nostri confini alpini verso Francia, Svizzera o Austria, per ricongiungersi con parenti e amici che già risiedono in altri Paesi europei.

Può non piacerci, questo stato di fatto, ma così è: siamo un Paese di transito dei flussi migratori, così come lo è la Libia, poco sotto di noi. Lo siamo più o meno da dieci anni, dall’inizio della crisi economica: nel 2008 gli stranieri irregolari residenti in Italia erano circa 650mila, secondo le stime del Sole24OreOggi le stime dell’Ismu parlano di 491mila clandestini presenti in Italia. Che fine hanno fatto tutti gli altri? Semplice: se ne sono andati altrove in Europa, dove c’è più lavoro, dove ci sono comunità più coese e integrate in grado di accoglierli.

Nel 2008 gli stranieri irregolari residenti in Italia erano circa 650mila, secondo le stime del Sole24Ore. Oggi le stime dell’Ismu parlano di 491mila clandestini presenti in Italia. Che fine hanno fatto tutti gli altri? Semplice: se ne sono andati altrove in Europa, dove c’è più lavoro, dove ci sono comunità più coese e integrate in grado di accoglierli

Eccovela la prova regina dell’emergenza che non c'è, insomma. Eccovela, tutta l’inconsistenza della retorica del Paese invaso. Eccovela, la realtà. Ed è paradossale che ancora oggi, nel 2018, tutto questo fatichi a essere compreso. Tanto più in presenza di richiedenti asilo eritrei, che vengono dal Paese meno libero al mondo, al pari della Corea del Nord. E che avrebbero tutto il diritto di ottenere lo status di rifugiati, visto che vengono da un Paese governato da un dittatore, Isaias Afewerki, con un servizio militare obbligatorio lungo e terribile, in cui non esiste stampa libera, che detiene il record di giornalisti in prigione e che è impossibile da abbandonare per vie legali, prendendo un aereo e facendo richiesta d’asilo dove vorrebbero andare.

Potete pensarla come volete, ma è una situazione senza senso. È senza senso che queste persone debbano per forza fare richiesta d’asilo in un Paese che non li vuole, dove non hanno nessuno con cui stare, a causa di un Trattato sbagliato come quello di Dublino. È senza senso che l’Italia si sia opposta alla revisione dello stesso, se non li vuole. È senza senso che il resto dei Paesi europei si volti dall’altra parte, in presenza di persone che avrebbero diritto allo status di rifugiati e che invece si ritrovano appiccicate addosso lo status di clandestini. È senza senso che queste persone, dopo aver rischiato la vita nel deserto, in Libia, nel Mediterraneo centrale, la debbano rischiare anche per varcare il confine italo-francese nel gelo alpino.

Un governo serio, invece di blaterare frasi inumane sugli scheletrini come ha fatto il ministro Salvini, come se la disperazione fosse un fatto tangibile, o di parlare di «atti gravissimi», come ha fatto il ministro Toninelli, si farebbe carico della situazione anche solo raccontando la situazione per quel che è e ponendola come tale ai tavoli europei, anziché soffiare sul fuoco dell’intolleranza e della xenofobia, trattando queste persone come sottospecie di detenuti che non sono. Non prima di aver garantito loro lo status di rifugiati e di aver garantito loro un permesso di soggiorno per motivi umanitari, garantendo con ogni mezzo il rispetto di un altro trattato, quello di Schengen, che prevede la libera circolazione sul suolo europeo, a noi come a loro. Questo è quel che andrebbe fatto, questo è quel che non faremo. Perché l’unico modo in cui sappiamo gestire il problema dell’immigrazione è strumentalizzarlo a fini di bassa cucina politica. Perché quel che ci interessa è trovare alibi e capri espiatori che giustifichino i nostri guai. Anche se sono dei disperati. Anche se le nostre coscienze, prima o poi, ci chiederanno il conto.

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