IL DL CUTRO INASPRISCE LE PENE PER I TRAFFICANTI,MA CHI VIENE PUNITO REALMENTE?

A poche settimane dalla strage del 26 febbraio 2023 quando un’imbarcazione partita dalla Turchia con a bordo circa 200 persone si è spezzata in due a pochi metri dalla riva del litorale dello steccato di Cutro, in provincia di Crotone, il Governo italiano ha emanato il Decreto Legge recante “Disposizioni urgenti in materia di flussi di ingresso legale dei lavoratori stranieri e di prevenzione e contrasto all’immigrazione irregolare”[1]. Ci soffermeremo in questa sede sul capo II del decreto, che introduce disposizioni maggiormente restrittive in materia di prevenzione e contrasto all’immigrazione irregolare rispetto al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286. All’articolo 8 (disposizioni penali), il decreto prevede l’aumento in termini temporali delle pene a carico di “chiunque (…) promuove, dirige, organizza, finanzia o effettua il trasporto di stranieri nel territorio dello Stato” quando “il trasporto o l’ingresso sono attuati con modalità tali da esporre le persone a pericolo per la loro vita o per la loro incolumità o sottoponendole a trattamento inumano o degradante, è punito con la reclusione da venti a trenta anni se dal fatto deriva, quale conseguenza non voluta, la morte di più persone. La stessa pena si applica se dal fatto derivano la morte di una o più persone e lesioni gravi o gravissime a una o più persone. Se dal fatto deriva la morte di una sola persona, si applica la pena della reclusione da quindici a ventiquattro anni. Se derivano lesioni gravi o gravissime a una o più persone, si applica la pena della reclusione da dieci a venti anni”.

Considerando l’intento dichiarato dal decreto di prevenire e ostacolare l’immigrazione irregolare e il traffico di esseri umani, occorre soffermarsi sulla dicitura “effettua il trasporto”.

Nel corso degli anni, infatti, si è assistito, a fasi alterne a un consolidarsi del modus operandi dei trafficanti – intesi come organizzazioni che gestiscono, promuovono e finanziano il traffico di migranti – che reclutano i c.d. “scafisti”, altrimenti detti passeurs, tra gli stessi migranti oggetto di traffico. Le catene di traffico sono varie e complesse, e tendenzialmente, come è tipico delle organizzazioni criminali che agiscono su scala transnazionale, si articolano in una struttura piramidale al cui vertice è estremamente complesso risalire. L’ultimo anello di questa concatenazione è rappresentato da coloro che fisicamente assumono il controllo della nave per raggiungere illegalmente le coste europee, ed è proprio su di essi che occorre soffermarsi. È importante notare che, sia a livello internazionale sia europeo, non sembra esistere una definizione univoca della figura dello “scafista”, che, se si guarda ai rapporti emessi da EUROPOL[2], rientrerebbe nella categoria dei “facilitatori” del traffico ma che, a livello giuridico, rimane assimilabile alla figura del trafficante. Per tale ragione, l’analisi che segue prenderà in esame, nello specifico, la situazione italiana. In un rapporto dell’associazione Borderline Sicilia pubblicata nel 2017[3], che ha raccolto le testimonianze di diversi avvocati operanti sul territorio siciliano, è emerso che, prima del lancio dell’Operazione Mare Nostrum, diversi procedimenti intentati nei confronti degli “scafisti” avessero generalmente esiti molto rapidi, con la rimessione in libertà degli imputati per il venir meno delle prove testimoniali nel corso del dibattimento.

Spesso accadeva che i testimoni ritrattassero le loro accuse o fuggissero dai centri di prima accoglienza (Cas) in cui erano alloggiati nell’attesa dell’audizione con un giudice. Altre volte gli imputati, i cosiddetti “presunti scafisti”, sceglievano l’opzione di riti alternativi che danno accesso ad uno sconto di pena. Nella maggior parte dei casi, a seguito della condanna, gli “scafisti” erano destinatari di un provvedimento di espulsione, a seguito del quale gran parte di essi, una volta rimpatriati nei paesi di origine, si sono reinseriti nel circuito del trasporto illegale di migranti.

Con il tempo, però, e con il moltiplicarsi degli sbarchi, o meglio, delle partenze, la figura dello “scafista” è profondamente mutata. Diverse testimonianze, infatti, raccontano che i portatori dell’imbarcazione vengono scelti tra gli stessi migranti coinvolti nel traffico, a volte ancora minorenni, e spesso sotto minaccia di violenze o ripercussioni per loro o per le famiglie rimaste nei Paesi di origine[4]. Da numerose indagini emerge con chiarezza lo schema seguito dai trafficanti nell’organizzazione dei viaggi verso l’Europa: sulle imbarcazioni sono presenti un soggetto posto alla guida ed un “compass-man”, colui il quale detiene la bussola e il GPS. La presenza di “aiutanti”, addetti alla distribuzione di acqua o cibo, si registra sulle imbarcazioni più grandi, spesso utilizzate per le traversate più lunghe (ad esempio dall’Egitto). Nel corso degli anni sono state istituite delle task force specializzate nel contrasto dell’immigrazione irregolare, che hanno permesso una sistematizzazione delle modalità di individuazione dei “presunti scafisti”, come anche delle persone informate sui fatti (potenziali testimoni). Alcune delle attività investigative iniziano già a bordo delle navi, per proseguire sulle banchine dei porti e all’interno degli hotspot, col supporto di agenti di FRONTEX e dell’EUROPOL. La Polizia giudiziaria si avvale di interpreti talvolta non professionisti, spesso migranti arrivati da poco in Italia, ancora in attesa di un permesso di soggiorno.

Una delle criticità rilevate dall’associazione è che il momento dell’individuazione dei presunti autori del reato di favoreggiamento, nonché delle persone a conoscenza dei fatti, viene anticipato già nell’immediatezza delle operazioni di salvataggio e sbarco, col rischio di fotografare una realtà distorta dalla condizione di forte stress post traumatico a cui sono stati sottoposti tutti i partecipanti alla traversata. Dalle interviste effettuate da Borderline Sicilia a esponenti delle Procure, della Polizia giudiziaria e di avvocati, emerge che le investigazioni e i fermi a carico dei “presunti scafisti” e dei testimoni avvengono ormai secondo prassi ben collaudate, e come l’impegno e la bravura degli avvocati difensori possano fare la differenza nel corso dei procedimenti penali.

A causa dell’aumento degli arrivi, nel corso degli anni in Sicilia sono stati creati, all’interno dei corpi di polizia giudiziaria, dei gruppi specializzati nel contrasto dell’immigrazione “clandestina”, come il G.I.C.I.C, (gruppo interforze contrasto immigrazione clandestina)[5] operante a Siracusa e nato nel 2006, ed il G.I.C.O. (gruppo d’investigazione criminalità organizzata) a Palermo. Secondo quanto riportato dal G.I.C.I.C, prima dell’ottobre 2013, le indagini sui “presunti scafisti” iniziavano in concomitanza con l’avvistamento ed il soccorso dei migranti che giungevano con imbarcazioni autonome fin quasi alle coste italiane. A partire dall’operazione Mare Nostrum, nell’ottobre del 2013, le operazioni investigative sono state agevolate dalla possibilità di salire direttamente su alcune navi di soccorso o avere contatti diretti con il loro personale di bordo che trasferisce le informazioni a chi sta a terra. Prima del loro arrivo al porto, le forze dell’ordine conoscono già le nazionalità di provenienza dei migranti soccorsi, la loro età e tutto ciò che può essere utile alle indagini. La polizia a terra non solo predispone il personale necessario per gli interrogatori, come gli interpreti, ma inizia anche a formarsi un’opinione sui “presunti scafisti” a bordo, sulla base della propria esperienza, tanto che i funzionari di polizia hanno creato una sorta di linee guida interne per orientarsi nell’individuazione dei trasportatori. Nelle indagini viene molto considerato anche il “body language”, tentativi di dissimularsi tra gli altri passeggeri, irritabilità, agitazione, tracce di gasolio sulle mani che possono far sospettare l’uso del motore, tutti indicatori non scientifici e associati liberamente e in maniera strumentale alla presunta colpevolezza di alcuni migranti.

Alla luce di quanto finora descritto, l’associazione lamenta la mancanza di condizioni idonee ad effettuare secondo le garanzie di legge le operazioni di investigazione sui “presunti scafisti” e di individuazione dei testimoni. Oltre alle problematiche relative alla non corretta applicazione delle garanzie di legge, un secondo aspetto rilevante, dal punto di vista di un’efficace tutela dei diritti umani dei sospetti scafisti, è il fatto, già anticipato in precedenza, che molti di essi raccontano di essere stati costretti con la forza e la violenza a condurre le imbarcazioni verso l’Europa. In particolare, riferiscono di essere stati sottoposti per settimane, prima della partenza, a prolungate privazioni della libertà personale, maltrattamenti, minacce di morte. Alcune testimonianze parlano di brevi addestramenti alla guida sotto la minaccia delle armi. Dai dati raccolti emerge come i trafficanti prediligano individuare i soggetti da porre al comando delle imbarcazioni tra persone di determinate nazionalità. Si tratta in prevalenza di migranti provenienti da Gambia, Nigeria e Senegal.

In Italia, infatti, l’esito dei processi a carico dei “presunti scafisti” dipende molto dalla competenza e dall’interesse dei loro avvocati: molti difensori si appellano allo “stato di necessità” in cui si sono trovati i loro clienti e ne ottengono l’assoluzione.

Recentemente si registra un aumento dei procedimenti conclusi con patteggiamento, a cui gli imputati aderiscono, messi superficialmente dinanzi alla scelta di una “short way” (patteggiamento con immediata scarcerazione) ed una “long way” (prosecuzione del processo e possibile dimostrazione di non colpevolezza, restando in carcere); chi opta per una soluzione che concede la scarcerazione immediata, si ritrova totalmente abbandonato sul territorio e a forte rischio di ricadere in circuiti criminali e di sfruttamento.

Tra i migranti arrestati aumenta il numero dei minori, spesso inizialmente registrati come maggiorenni ed in grado di far rilevare la loro minore età solo dopo avere subito una misura cautelare in carcere e un procedimento presso il tribunale ordinario.

Tutte queste criticità ormai radicate e note non sembrano essere risolte dal nuovo decreto che, se approvato al Senato il 10 maggio, introdurrà pene ancora maggiori per i trafficanti, con il rischio di anche, o solo, chi in realtà è solo una vittima.

[1] Decreto Legge 10 marzo 2023, n. 20, in GU n. 59 del 10.3.2023.

[2]  EUROPOL, Migrant Smuggling in the EU, febbraio 2016, reperibile su europol.europa.eu.

[3]  Borderline Sicilia, Controversie nella politica migratoria europea – La concessione della protezione contro la sicurezza dei confini (Kidem) , Catania, 2017.

[4]  Si veda, tra gli altri, il reportage di A. PUGLIA , Non siamo scafisti , su Vita.it , 13 dicembre 2017.

[5]  Il G.I.C.I.C., su decisione del Procuratore Fabio Scavone, è stato chiuso nel novembre 2018 a causa della diminuzione degli sbarchi presso il porto di Augusta che, come stabilito dal Ministero dell’Interno, sono stati dirottati sul porto di Pozzallo, in provincia di Ragusa (siracusa.gds.it).

 
Associazione Don Bosco 2000
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