Enna, nella camera della morte della mafia oggi si fa integrazione e agricoltura sociale

Tra le abitazioni e i terreni dove si riuniva il clan Nicosia di Villarosa, nella provincia di Enna, c’è dal 2016 un centro di accoglienza per migranti che attraverso l’associazione Don Bosco 2000 prevede oggi un progetto innovativo di agricoltura sociale con un sistema di acquaponica di cui si prenderanno cura venti rifugiati ospiti della struttura per poi riproporlo nei loro paesi d’origine.

Tre villette che dal 2016 al 2022 sono state affidate dall’agenzia nazionale per i beni confiscati alla criminalità organizzata al Comune di Villarosa che le ha date in gestione all’associazione. Una storia di riscatto sociale nata a seguito dell’operazione “Fratelli di Sangue” della procura di Enna e della direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta che dopo anni di indagini ha portato nel 2017 all’arresto dei fratelli Nicosia: Maurizio, Michele, Damiano e Amedeo accusati di omicidio, distruzione di cadavere aggravati dalla modalità mafiosa e associazione mafiosa. Attraverso le dichiarazioni di collaboratori di giustizia si è riuscito così a far luce sulla scomparsa di Giuseppe Bruno, il proprietario di una rivendita di tabacchi di Villarosa scomparso il 27 maggio 2004. Dietro la scomparsa del tabaccaio si nascondeva un delitto “di inaudita ferocia”, dissero gli inquirenti, con il corpo dell’uomo sezionato con una motosega, in parte dato in pasto ai maiali e per il resto bruciato all’interno di un fusto metallico. Il motivo sarebbe stato l’aver chiesto al boss Maurizio Nicosia la riscossione di un credito. “Un delitto atroce che è stato compiuto proprio in questi luoghi oggi rigenerati”, spiega Roberta La Cara, direttrice ricerca e sviluppo dell’associazione Don Bosco 2000. Qui dal 2016 i migranti accolti svolgono lezioni di italiano, tirocini formativi, praticano modelli di integrazione come in ultimo quello sull’agricoltura sociale all’interno di percorsi di uscita dallo sfruttamento e di contrasto al caporalato cofinanziati dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali con i fondi Pon.  “Quando tutto sarà pronto saranno loro stessi a prendersene cura, li formiamo per potergli permettere di proseguire da soli nella vita che con loro non è stata tanto generosa”, conclude Daniele Tagnese, agronomo. Nei luoghi del massacro oggi si creano ponti e si fa innovazione.

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Associazione Don Bosco 2000
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